Il professor Kalecinsky camminava, alla fine dell’Ottocento, per i boschi della Transilvania, all’estremità orientale dell’impero austroungarico, quando gli abitanti gli raccontarono che a poca distanza si trovava uno strano lago che si era formato il 27 maggio 1875 in seguito alla frana di un deposito sotterraneo di sale; la regione fa ora parte della Romania e il lago, denominato Ursu, lago degli orsi, o Medve che significa ancora orsi, non era grande, 4 ettari, ma presentava la curiosa proprietà che le sue acque erano fredde in superficie, ma ad appena due o tre metri di profondità raggiungevano la temperatura di 50-60 gradi. Era anche strana la salinità delle acque, molto bassa in superficie ma di circa il 30 %, trecento grammi di sale per litro, a tre metri di profondità.

Il professor Kalecinsky descrisse lo strano fenomeno in un articolo pubblicato negli “Annali di fisica” nel 1905 e ne dette la corretta interpretazione: era il Sole che scaldava l’acqua al fondo del lago; l’elevata salinità di tale acqua faceva si che il calore solare restasse intrappolato sul fondo, impediva cioè la miscelazione dell’acqua dell’intero lago: è come se una barriera fisica, una lastra di vetro o metallo, separasse l’acqua salina calda del fondo dall’acqua fredda senza sali degli strati superiori. Se il riscaldamento dell’acqua del fondo è provocato dal calore solare, i due strati di acqua, quello superficiale freddo poco salino e quello molto salino caldo in profondità funzionano come un collettore di energia solare: uno “stagno solare”.

Il prof. Bloch, un ebreo russo emigrato in Israele, era un dirigente delle saline che si trovano lungo le rive del Mar Morto, il lago più salato della Terra; conoscendo la storia del lago Medve pensò di creare degli stagni solari per produrre elettricità.
Gli stagni solari sono grandi vasche, profonde circa due metri: sul fondo, per uno spessore di una ventina di centimetri, viene posta una soluzione salina (usando il cloruro di sodio, o i sali di magnesio che sono i sottoprodotti delle saline solari, una delle quali è a Margherita di Savoia). Sulla soluzione salina viene versata delicatamente, per evitare una brusca miscelazione con l’acqua sottostante, acqua dolce. Nello stagno così predisposto, la radiazione solare attraversa lo strato superficiale di acqua dolce, che è trasparente, scalda l’acqua salina del fondo della vasca e qui resta “intrappolata” proprio perché l’acqua salina calda del fondo non si miscela con quella dolce fredda sovrastante.

Dopo un poco nello stagno solare si viene a trovare una massa di acqua calda sul fondo; a questo punto si tratta di estrarre lentamente il calore di tale acqua e di utilizzarlo per far funzionare una macchina termica capace di produrre elettricità. A dire la verità non è facile estrarre l’acqua salina calda dal fondo degli stagni solari e poi reimmetterla fredda in modo da continuare il ciclo, ma con un po’ di pazienza e fantasia la cosa funziona. Lo dimostrò sperimentalmente un professore israeliano, Harry Tabor, che costruì il primo stagno solare utilizzando le vasche di vecchie saline abbandonate – ricordo di averlo visitato ad Atlit, sulla rive del Mediterraneo, molti decenni fa. Occorreva poi progettare macchine capaci di generare elettricità utilizzando una piccola differenza di temperatura e anche questo fu fatto con successo. Una volta dimostrato che il principio funzionava, gli stagni solari hanno attratto un enorme interesse in tutto il mondo: sono infatti i meno costosi collettori solari che si possano immaginare; richiedono soltanto spazio, delle vasche poco profonde, sale… e Sole.

Qualche esperimento fu fatto a Margherita di Savoia per un paio d’anni negli anni ottanta del Novecento, ma tutto fu poi abbandonato; peccato, perché gli stagni solari si presterebbero bene proprio per fornire elettricità ai paesi in via di sviluppo, che spesso sono ricchi proprio di sale e di Sole.

Ho raccontato questo apparentemente insignificante episodio per ricordare che siamo circondati da enormi forze e risorse che trascuriamo o ignoriamo perché le consideriamo “economicamente” non convenienti o competitive, come si usa dire. Per questo stesso principio la ricerca tecnico-scientifica trascura molti problemi suscettibili di dare risultati convenienti in futuro. Infine il successo di molte imprese e ricerche richiede soluzioni “semplici”, alle quali la cultura dominante non ci abitua. Le enormi forze del Sole sono proprio quelle che possono essere messe al servizio dell’umanità solo accettando il “principio della semplicità”, propugnato dal dimenticato Guglielmo di Occam otto secoli fa.

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