“ La velocità  è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo. A differenza del motociclista, l’uomo che corre a piedi è sempre presente al proprio corpo, costretto com’è a pensare continuamente alle vesciche, all’affanno. Quando corre avverte il proprio peso e la propria età, ed è più che mai consapevole di se stesso e del tempo della sua vita. Ma quando l’uomo delega il potere di produrre velocità a una macchina, allora tutto cambia. Il suo corpo è fuori gioco, e la velocità a cui si abbandona è incorporea, immateriale – velocità pura, velocità in sé e per sé, velocità-estasi?”

Le dinamiche dell’economia e della finanza negli ultimi vent’anni, con l’avvento di internet, dei social media e delle nuove tecnologie come smartphone e tablet, condizionano sempre di più le nostre vite personali limitando la libertà che prima un’economia più lenta, meno tecnologica, ci concedeva.  Il mercato propone in continuazione prodotti nuovi, aggiornati, apparentemente indispensabili, influenzando le nostre scelte fino a imporci un ritmo decisionale che non ci concede più il tempo di osservare, toccare  ormai si compra quasi tutto su internet ) , provare, riflettere, valutare per poi decidere.  Non sono più i nostri gusti, le nostre abitudini e i nostri sogni a guidare l’economia ma è l’economia che invade, pervade e indirizza i nostri stili di vita.  L’economia dovrebbe essere interprete dei tempi e dei luoghi, in cui si sviluppa, ma ora non è più cosi. Nell’era tecnologica si sono invertiti i ruoli, e l’uomo è  diventato interprete e personificazione  delle leggi economiche.  La bulimia da possesso ci porta spesso a comprare oggi quello che non ci serve pensando, nella maggior parte dei casi sbagliando, che sicuramente un giorno ci servirà.   La crisi economica ha ridotto questi comportamenti ma non ha modificato la natura del comportamento stesso. E queste modalità sono state incorporate anche nelle relazioni umane, i rapporti con noi stessi e con gli altri. Relazioni sempre più virtuali, istantanee, impulsive.

I supermercati online delle relazioni umane, quei siti ai quali oggi molti si sentono costretti a rivolgersi per trovare delle relazioni “sentimentali” che il normale ritmo quotidiano non permette più di costruire, stanno prendendo sempre più piede offrendo la possibilità agli utenti di conoscere più persone nel minor tempo possibile, valutandole le persone da qualche foto  e pochi informazioni, spesso false, riducendo l’incontro ad un punto di arrivo e non di partenza.  Si seleziona in base all’età, alla provenienza, alla professione, allo stato civile, all’apparenza. Tutti dati filtrati da un monitor e da una tastiera.  Il bisogno di essere sempre in comunicazione con qualcuno, sempre “connessi”, a qualunque ora del giorno e della notte ha sostituito il piacere dell’attesa e della sorpresa, dello scoprirsi usando tutti i cinque sensi che la natura ci ha fornito oltre alla più importante: la mente.  “Vivere il momento” si è trasformato in “ruba il momento”.

Se il lavoro richiede di essere sempre più competitivi, tempestivi, performanti, la vita personale dovrebbe essere momento di lentezza, di distensione. Coltivare relazioni sane e di valore, anche quelle con se stessi, richiede tempo, cura, attenzione, tutto ciò che non ci concediamo per l’ansia di essere sempre occupati, produttivi, virtualmente connessi. Colmiamo il tempo libero di occupazioni che portano stress, fatica fisica ed emotiva, in costate ricerca di novità e attività perché abbiamo perso l’abitudine all’ozio (e anche alla noia) , alla contemplazione, all’incontro con l’altro .  Molti bambini, dopo la scuola non li trovi più a giocare nei parchi oppure nei cortili delle case come si faceva un tempo, (il gioco è vietato da molti regolamenti di condominio) quando il condominio non era un istituto giuridico ma un insieme di famiglie, una comunità. Spesso questi bambini hanno un’agenda più impegnata di quella dei genitori: ripetizioni di inglese/francese/tedesco, sport, lezioni di musica, o tutto ciò che la scuola oggi non riesce più ad offrire, viene colmato nel doposcuola.  Ma non è più un gioco, un hobby o una precoce piccola passione che consente di fare nuove conoscenze ma è un prolungamento dell’orario scolastico per permettere  a genitori e nonni costretti dai tempi a orari lavorativi sempre più lunghi, di tenere i figli occupati.

L’economia del tempo non lascia più tempo.

Ogni attimo è rubato, fugace, anche prezioso ma non più nostro.  Noi voliamo, siamo come api che cercano il nettare per poi volare di fiore in fiore in cerca di ulteriore nutrimento. Ci fermiamo il tempo necessario per ricavare il minimo indispensabile per andare avanti e poi riprendiamo il volo verso la prossima occasione, per ritrovarci sfiniti alla fine della corsa senza sapere dove, come e perché siamo finiti dove siamo finiti. L’economia di oggi, nel periodo post crisi se di “post” si può ancora parlare, ci impedisce di programmare, progettare.  L’instabilità insostenibile ci impedisce di immaginare un futuro. Il vivere il qui e ora per creare il futuro è diventato “vivere qui e subito”, gratificazioni immediate, incapacità di reggere anche le più piccole e naturali frustrazioni, viviamo di re-azioni anziché di azioni.  Diventa allora faticoso persino immaginare di ritornare a un ritmo lento, improduttivo, aperto.

Se si è pronti per un cambiamento allora si può iniziare col fermarsi, concedersi lo spreco di tempo,   leggere non per imparare qualcosa ma per distrarsi da pensieri infelici o momenti difficili, passeggiare non per arrivare da qualche parte ma per perdersi e ritrovarsi e magari lasciarsi sorprendere.  Telefonare alle persone invece di messaggiare con testi ricchi di  abbreviazioni per gestire più “chat”possibili.  Fare spazio al tempo, alla noia, al sentire anche con gli occhi, alla contemplazione che non deve essere valutata ma semplicemente goduta. Riscoprire la lentezza per riprendere contatto con il ruolo che ricopriamo nel nostro microcosmo e la sua impronta nel macrocosmo e non sentirci più impotenti di fronte a ciò che ci accade intorno.  Un cambiamento di atteggiamenti necessario se si vuole riprendere la propria vita lavorativa più forti, ricchi, riposati, freschi di energia nuova emotiva, fisica e mentale per sostenere le nostre occupazioni governate da forze più veloci di noi, consapevoli e forti abbastanza da  ritrovarci la sera godendo del famoso “dolce far niente” senza preoccuparsi di restare indietro, di aver perso qualche occasione preziosa.  Senza sensi di colpa, Imparare a fermarsi comporta una trasformazione delle abitudini basato su  allenamento prima di tutto mentale: re-inventarsi, scalare la marcia,  riprendere il controllo sui nostri bisogni e sul nostro impatto nella società.  La lentezza è una palestra educativa.

Perché è scomparso il piacere della lentezza? Dove mai sono finiti i perdigiorno di un tempo? Dove sono quegli eroi sfaccendati delle canzoni popolari, quei vagabondi che vanno a zonzo da un mulino all’altro e dormono sotto le stelle? Sono scomparsi insieme alle stelle? Sono scomparsi insieme ai sentieri fra i campi, ai prati e alle radure – insieme alla natura? Nel nostro mondo l’ozio è diventato inattività, che è tutt’altra cosa: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca.”